LA TRACINA

«Toccava il cielo con un dito e sanava le ferite con la Rivoluzione».

529 parole
2–3 minuti

Ma come si sanano le ferite quando la rivoluzione appare lontana, inafferrabile?

Ho sempre pensato che in questa frase (quella del titolo) ci fosse un non so che di egoistico, di individuale, di eccessivamente autoriferito, d’altronde Rino Gaetano parla dei “Miei”, cioè i suoi, “Sogni di anarchia”.
Forse però ad essere autoriferita ero io, forse le ferite si possono, addirittura si devono, sanare con la rivoluzione.


Usciamo da noi stessi, guardiamo le ferite altrui, diverse dalle nostre, a volte più brutte, più profonde, più sporche eppure se le guardiamo bene l’origine pare la stessa. Forse è la stessa.
Sono giorni pesanti, proseguimento di un’estate asfissiante che pare non voglia cedere il passo all’autunno. Il mondo brucia, letteralmente, e noi siamo immobili. La rabbia esita ad esplodere e si trasforma in frustrazione.
È un mondo surreale, il mio algoritmo pare schizofrenico, alterna video di liceali che bruciano tutto, a video della presidente del consiglio che canta “A mano a mano”.


Sembra che fuori da questo paese qualcosa si stia muovendo eppure noi qui fermi.

La gente non arriva a fine mese, la guerra incombe, forse è già iniziata, forse c’è da sempre, e noi anestetizzati, rimbalzati tra un video fatto con l’intelligenza artificiale e un ministro che dice di attrezzarsi se i prezzi della benzina aumentano, con lo stesso sdegno con cui Maria Antonietta dice al popolo che se proprio non ha pane, che si mangi brioches. Ariosto diceva che la polvere da sparo fosse ingiusta, che si fosse persa la cavalleria, che fosse vile perché si poteva sparare alle spalle e non più guardando negli occhi come in un duello. Adesso la guerra è un videogioco, si preme un pulsante, e si mandano in onda le immagini come se fosse tutto normale, da Gaza chiedono aiuto facendo reels che la gente scrolla in mezzo a ricette di dolci e metodi per dimagrire in una settimana, e pare che in tutto ciò non ci sia nulla di assurdo. Il dolore, la crudeltà, diventano immagine quotidiana che guardiamo senza sofferenza. E in un mondo così come si torna a pensare che la rivoluzione sia possibile?


Come abbiamo fatto a scordarci che la gente va guardata negli occhi, come abbiamo pensato di chiuderci in casa, di reprimere la rabbia, come abbiamo disimparato a riconoscere il nemico, come abbiamo fatto a decidere di gioire nel veder soccombere il simile?
Vedo i video della Francia e provo rabbia, gioia, commozione, forse invidia, eppure mi pare che la frustrazione sia sempre il sentimento prevalente. Perché?


Ho sempre trovato conforto nel vedere la rabbia negli occhi degli altri quando la mia mi sembrava non essere abbastanza, ho sempre pensato che ci fosse un’enorme coerenza tra la rabbia negli occhi e l’amore di una mano che ti prende e ti solleva quando cadi, ma come si fa quando sembra che gli occhi e le mani siano sempre meno?


Nei nostri sguardi vedo le macerie, ci sono crepe di ogni tipo, forse dobbiamo solo ricordarci che ad essere disastrati non siamo noi ma è il mondo fuori che ci fa sentire calcinacci.


Ritrovare la luce che passa tra le crepe,
imparare a riconoscerla,
coltivarla.
Tante domande, pochissime risposte.

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