LA TRACINA

Nessuno può fermare la rivoluzione

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Quella di sabato è stata la seconda presentazione di un libro edito da Momo Edizioni organizzata da Settimo Movimento, Urbis Next Gen e Alberone al Parchetto ribelle. Il progetto è – come poi si è detto anche ai microfoni – quello di costruire nella strada momenti di cultura, alternativi alle logiche di mercato in cui non possono e non vogliono rientrare; in uno spazio come il Parchetto di via Gela, che è l’emblema di questo fuoco ascendente nel VII Municipio di Roma. La partecipazione e l’interesse che si sono visti, nonostante si trattasse solo del secondo incontro di questo tipo, sono la dimostrazione che questo fuoco arde davvero.

«La cosa più importante è muoversi, incontrarsi, confrontarsi con altra gente»

ci dice Mattia Tombolini, rispondendo a un ragazzo che dalle panchine del Parchetto domandava consigli per la generazione militante di oggi; «magari si scopre che in Germania o in Egitto ci sta un parchetto come questo dove ci sono persone che si pongono gli stessi problemi che ci poniamo noi. Sarà la storia a fare il passo».
«Chiaramente i compagni ce l’hanno, il fatto di conoscere il mondo, di valicare i confini» aggiunge Militant A. «Ho avuto la fortuna in quegli anni ’80 di viaggiare e conoscere i pionieri dell’hip-hop, i nipoti degli schiavi. Mi sono innamorato di quelle comunità: ho visto che era una forma di liberazione, e quella liberazione la volevo portare qui. “Non riportiamolo tale e quale, facendone una commercializzazione: devo tornare dai miei compagni e portargli delle cose per arricchire la comunità. Non era una cosa turistica». Continua: «fino a poco fa stavo a sindacare su chi sbaglia, chi invece fa bene. Ora non è più così. L’unica cosa che mi sento di consigliarvi è di tenere la solidarietà tra chi lotta per le stesse cose».

L’incontro si svolge tra letture di passi del libro e conversazioni con i due ospiti. Ma chi dovesse pensare che si trattasse di pura reminiscenza, di incontrare in questi racconti mera memoria statica, sbaglierebbe. E non poco. In quel ricordo c’è tutto un mondo in cui viviamo noi oggi: il pessimismo degli ex militanti degli anni 60 e 70 che si scontrava con l’entusiasmo di chi, in quegli anni che avevano segnato per molti la distruzione di un mondo che si era tentato di costruire, era troppo giovane per vivere questi disincanti; entusiasmo di quelli per cui “nessuno poteva battere la rivoluzione”; di quelli che volevano “battere il loro tempo”.

«Non è solo la nostra storia ma è anche la vostra.

Si tratta di elevarci da un destino di impotenza che ci dice che è tutto inutile e che non si può fare niente, e condividere nella collettività questo amore. Trovare la forza nell’uscire alle 22 e andare al corteo per la Flotilla. La paura di non tornare mai. L’entusiasmo di trovarsi in 10 mila. È stato un momento, ma un momento in cui hanno capito che possono avere tutte le armi che vogliono, ma se il popolo si sveglia devono avere paura. Che belle quelle giornate, uniti stretti a combattere, a capire il mondo, a crescere».
Un intervento dal pubblico aggiunge: «Non conservare le ceneri, ma mantenere acceso il fuoco».

Non è un caso che la presentazione di questo libro abbia avuto luogo proprio lì, a via Gela 60.
Ateneo, evento periodico che si svolge proprio a quell’indirizzo, è da anni ormai il fulcro della cultura hip-hop romana; e lo è diventato emancipando uno spazio che per troppo tempo era stato solo una distesa di cemento, trattato come una discarica. Con i ragazzi e le ragazze di Ateneo e Urbis Next Gen, da quelle vecchie recinzioni di ferro è nato un nuovo mondo collettivo.

«Volevo chiedere la vostra opinione su una cosa» chiede qualcuno dal pubblico. «A partire dal cambiamento della società negli ultimi 40 anni: quanto l’hip-hop è ormai pura commercializzazione, e quanto può essere ancora uno strumento di lotta?»
La risposta arriva da entrambi gli ospiti: che l’hip-hop si sia commercializzato è ovvio. E com’era allora con le critiche che venivano mosse agli Assalti, di essere “troppo politici”, ad oggi domina l’idea che il rap debba essere disimpegnato, e la logica del mercato vuole questo. Addirittura ci sono antropologi che dicono che il “momento rivoluzionario” dell’hip-hop sia ormai finito, ma non è questo che vediamo nelle strade. La formula dominante non è l’unica formula. Ci dice Mattia: «Penso a quello che diceva Feltrinelli sulla narrativa: “la narrativa non è né viva né morta; ci sono libri che fanno qualcosa al lettore e altri che non fanno nulla. Io cerco il libro che mi metta le mani addosso”. Con l’hip-hop è la stessa cosa».

E, continuando a citare indirettamente Mattia Tombolini, se è vero che dentro di noi sembra mancare l’idea che possa esistere qualcosa di esterno alle logiche del mercato, esistono realtà come Ateneo, che di fatto rappresentano esattamente questa alterità. «Queste espressioni culturali continuano ad esistere e ad esprimere qualcosa che il mercato non fa e su cui non riesce a mettere le mani».


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