LA TRACINA

No, il razzismo non è solo mistificazione.

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In Italia la questione del razzismo è storicamente stata affrontata troppo poco, e anche negli ambienti compagni spesso manca una teoria compatta in merito: e questo ha lasciato il maggiore spazio sul tema alla sinistra borghese, che ha adottato una posizione analoga (come su molti temi) ai democratici americani, facendone una questione unicamente civile e non sociale, considerando l’apice del successo dell’antirazzismo l’elezione di un presidente nero, nel 2008. E nella sinistra lavoratrice, invece, negli ambienti marxisti nostrani, spesso e volentieri il massimo che si riesce ad ottenere a livello di teoria e di proposte è il mantra che il razzismo è uno strumento del capitale per alimentare la guerra tra poveri e dividere i lavoratori, per cui la soluzione è essere tutti uniti, il nemico è il padrone perché è il soggetto che ci sfrutta, ecc…

Il razzismo non è solo una mentalità, non è un atteggiamento, e non è solo uno strumento per dividere i lavoratori, di cui il capitale si serve per sfruttare meglio il lavoro: il razzismo è un sistema storico-sociale di rapporti sulla base del quale il capitalismo è nato, e sulla base del quale tuttora campa.

La logica razzista è quella che gli europei colonizzatori hanno costruito ponendosi nel ruolo di occupanti, genocidari, schiavisti nei confronti delle popolazioni dell’Africa, dell’Asia, e delle Americhe: e su quei rapporti – razzisti – hanno costruito le fondamenta per la Rivoluzione industriale, trovandosi ad avere abbondanza di risorse, concorrenza tra nascenti Stati-nazione e enormi bacini di mercato in cui espandersi, per vincere sull’altro: e ha fatto così la Francia, ha fatto così l’Inghilterra, l’Olanda… e su quella base economica è nato il bellissimo mondo delle libertà, del libero scambio, del capitale accumulabile da chiunque. Il mondo in cui, se si impegna abbastanza, anche un afroamericano può mandare bombe in Iraq.

Gli schemi di cui sto parlando sono molto più vicini di quanto si possa pensare: perché se è vero che questa è stata la base su cui si è fondato il primo capitalismo, se è vero che ci sono state le lotte di indipendenza, è vero anche che il colonialismo non si è spento, è semplicemente entrato in una nuova fase neo-coloniale; e questa forma di neo-colonialismo ha ancora il medesimo scopo: sfamare l’ingordigia assassina del capitale occidentale. Quegli stessi assetti economici sulla base dei quali i capitali europei ed americani sono diventati i dominatori del mondo, sono quelli sulla base dei quali i Paesi del sud del mondo sono stati tenuti ostaggio di queste potenze, sfruttati come mero bacino di risorse da utilizzare altrove, senza la capacità di sviluppare una forza politica ed economica indipendente e quindi questi assetti sono quelli sulla base dei quali ad oggi il capitale europeo – portando guerra, distruzione e massacri – mangia sulle spalle dei popoli africani, sudamericani, dell’Asia occidentale, meridionale e sudorientale, per quanto riguarda tutto ciò che va dall’estrazione delle materie prime, all’espansione dei centri di produzione, fino alla produzione stessa: e poi sfrutta i lavoratori europei per quanto riguarda tutto il resto, dai servizi, alla distribuzione e, infine, alla vendita – con tutti gli schemi di mercato che la circondano, e quindi al profitto. La questione, quindi, è molto più complessa di una semplice mentalità volta a dividere. E anzi, l’analisi reale della situazione può essere molto più scomoda di quanto si creda.

Il titolo dell’articolo in cui compie quest’analisi è, tradotto, «il razzismo della classe operaia bianca non è ignoranza, è il modo in cui difende i suoi privilegi materiali». La spiegazione dell’atteggiamento razzista che molto coinvolge i lavoratori “bianchi” italiani, quindi, non sarebbe solo una questione di “ignoranza” o disumanità, bensì un agito, di fatto, di classe. Collegandoci al discorso di prima, il razzismo di molti lavoratori bianchi anche in Italia può essere visto sotto una nuova luce: seppur non abbia avuto la stessa storia coloniale degli altri Paesi occidentali, anche l’Italia fa ad oggi parte di un sistema imperialista e neocoloniale che le permette di arricchirsi sulle spalle del Sud globale, e le ha permesso di dare ai suoi lavoratori autoctoni, in media, una situazione più agiata – rispetto al passato, e specialmente rispetto alle condizioni dei Paesi del Sud, doppiamente sfruttati nelle medesime catene produttive; sfruttamento da cui questa “tranquillità” dipende.

Immagini dai cortei anti-migranti (ben diverso da “anti-immigrazione”) che hanno avuto luogo in Italia e in Gran Bretagna; fascisti statunitensi portano la bandiera degli USA con un fascio littorio.

Anche se in Italia non hanno oggi un posto rilevante nel dibattito politico lavoratore – nonostante la “borghesizzazione” dei lavoratori sia spesso tirata in ballo nella narrativa mainstream – questi non sono concetti nuovi.

Venivano già espressi da Lenin nel 1916, parlando di “aristocrazia operaia“; approfonditi da Frantz Fanon nel 1961. Ci hanno dato contentini e lo hanno fatto con i soldi generati dall’espansione. Ci hanno avvicinati a loro, ci hanno collusi, e ci hanno illusi tramite i loro politici che affermano di essere vicini a noi con piccole politiche di welfare e vantaggi economici minori. Ci hanno resi, come direbbe Du Bois, “azionisti dell’impero”: abbiamo contrattato l’abbandono della conflittualità di classe in cambio di fette di guadagno neocoloniale, prima a livello collettivo, poi a livello individuale. Ci hanno assimilati: di fatto, si è costruito nel tempo uno stile di vita prettamente “europeo” e piccolo borghese che ha visto il suo culmine negli anni 90 e 2000, quella che Engels avrebbe chiamato “rispettabilità borghese” che abbiamo fatta nostra. È stata così abbandonata l’idea del potere di classe, in cambio dell’illusione dell’autonomia individuale. *

La sinistra si è divisa: c’è chi ha appoggiato e costruito questo fenomeno, ed è quella che oggi chiamiamo “sinistra istituzionale”, già a partire dal PCI degli anni 60 e 70; e c’è chi ha fallito ad aggiornarsi, non ha applicato queste teorie alla propria analisi, rifiutando di visualizzare la “borghesizzazione” della classe operaia italiana, non riuscendo ad inquadrarla come fenomeno deleterio, a fronte di tutta l’area borghese che la spingeva come grande passo in avanti dei lavoratori italiani.

Sta di fatto, che ad oggi questi lavoratori borghesizzati vedono le fondamenta della loro posizione cadergli sotto i piedi: e assomigliando a una piccola borghesia di cui hanno assunto i costumi – e di cui si sono messi il costume – si accingono a difendere lo status quo contro le degenerazioni, che identificano nel più povero; o meglio, in termini che hanno effettivamente significato, nel doppiamente sfruttato.

A fronte di una crisi, che mina i loro privilegi ottenuti negli anni, generata da quelle stesse meccaniche che gli hanno concesso tali privilegi, diventano reazionari e cercano di ristabilire il vecchio ordine. Che belle parole che sono, alle orecchie di chi si trova in questa posizione, quelle di “remigrazione! ritorneremo! difesa della Patria!”. La difesa del padrone diventa difesa identitaria di sé stessi: difesa dell’immagine che si ha di sé come unico avente diritto a migliori condizioni, e difesa delle condizioni economiche in rovina, da cui questa immagine nasce; difesa della propria posizione, in stato di estrema precarietà, nel timore di cadere in basso da quel gradino nella piramide sociale.

Mi chiedo quanto sia un caso che i settori dove meno di tutti hanno attecchito certe parole d’ordine siano quelli dove non solo si è vista di meno la “borghesizzazione” del lavoratore; ma in più si sono condivisi direttamente gli spazi e le istanze immediate di lotta con i lavoratori migranti. Mi viene in mente quello della logistica, che tra l’altro è ad oggi uno di quelli in cui la lotta lavoratrice è più viva.

Foto dalle lotte salariali nel settore logistico portate avanti dai S.I. cobas nel 2021.

L’atteggiamento razzista – nel senso di attivo supporto a politiche razziste e di riproposizione di narrative razziste – è da vedersi non tanto come conseguenza della creazione propagandistica di una frattura, bensì dell’esacerbazione di una spaccatura già esistente.

È per questo che fallisce la retorica pacifista della tolleranza, nello scopo di costruire unità e solidarietà. E allo stesso tempo, non si può non tenere conto di questa spaccatura – da identificare con i suoi elementi costitutivi più immediati, quale banalmente la spinta verso l’autonomia individuale del lavoratore a danno del potere di classe collettivo – nella conflittualizzazione della frattura tra classe lavoratrice e classe padronale.

Se si parla in questi termini, si vede come il discorso della “mistificazione culturale per dividere lavoratori che in realtà sono sullo stesso livellofallisce ad esaurire l’analisi. Fallisce ad analizzare il ruolo che i lavoratori occidentali hanno ricoperto e ricoprono nella macchina imperialista, fallisce ad essere marxista nell’analisi di un comportamento che non può essere, rimanendo coerenti con sé stessi, spiegato con una semplice psicosi di massa che senza motivo investe un’enorme parte dei lavoratori del Nord del mondo. E fallisce a porre su piani differenti, quali sono, quelli di un pregiudizio verso il “diverso” esercitato dal cittadino del Nord che guarda con disprezzo, come minaccia al suo stile di vita e alla sua posizione, l’immigrato del Sud o dell’Est – e di un pregiudizio esercitato dal cittadino del Sud nei confronti di un cittadino del Nord in cui teme di trovare un alleato del sistema da cui è oppresso lui (uso il maschile esteso per facilità espositiva), la sua famiglia ed il suo Paese. Fallisce a dare una spiegazione critica del fenomeno dell’immigrazione, in modo tale che sembra che in Italia ci siano due fazioni: chi è contro l’immigrazione e canta la “remigrazione”, e chi è… pro all’immigrazione? Lasciando libero campo ai mistificatori borghesi di appropriarsi di terminologie marxiste come “esercito industriale di riserva del capitale” e di scagliare le loro parole contro il “business dell’immigrazione” che, di fatto, esiste, ed è la manifestazione dell’imperialismo che porta le persone ad essere sradicate dalla loro terra.

Insomma, fallisce a fornire un’alternativa ad un sistema che presenta due vie: quella di chi difende l’imperialismo, scagliandosi contro gli ultimi che esso genera; e quella di chi difende l’imperialismo, “tollerando” gli ultimi che esso genera; purché ultimi rimangano.

* Piccolo excursus: dico "nostra", ma tengo a mente quanto questo non sia vero per tutti: c'è stata ed è visibile una differenza nel mondo del lavoro, anche quello del terziario, tra classe lavoratrice (perché in questo caso parlare di "operaia" è fuorviante) "alta" e "bassa": non possiamo mettere sullo stesso piano impiegati di alto livello di uffici statali o aziende private, lavoratori dei call center, professori universitari, insegnanti delle elementari, rider. La rilevanza della discussione sta nel fatto che il fenomeno ha colpito l'intera società civile, anche i più poveri, poiché ha toccato l'intero assetto lavorativo italiano ed è riuscito a giocare sulla mentalità collettiva. Si può anzi sostenere che chi più cerchi la difesa dalle "degenerazioni" e la rivendicazione di un privilegio su base identitaria sia chi vive in situazioni più precarie, poiché più vicino a cadere dalla posizione "aristocratica" - rispetto al lavoratore del Sud globale - dovuta al semplice essere nato in Italia.

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